Beni storici – artistici

Allegoria di Casa d’Este

A cura di

Federica Fanti

Le quattro tele furono eseguite da Gaspare Venturini all’inizio dell’ultimo decennio del Cinquecento come decorazione del soffitto della libreria di Cesare d’Este all’interno del Palazzo dei Diamanti. Il destino della Casa d’Este era ormai scritto, pochi anni la separavano dalla perdita del territorio di Ferrara (1598) per questo le opere possono considerarsi l’ultima committenza di rilievo prima della Devoluzione. Le tele seguirono il Duca a Modena già nel 1598 a conferma dell’importanza che Cesare riservava a queste opere.

Le quattro tele si articolano in senso orizzontale sviluppando un programma celebrativo della Casa d’Este e più in generale delle virtù del buon governo. Le allegorie presenti nei dipinti sono state oggetto di studio della professoressa Sonia Cavicchioli che ne ha proposto una interpretazione. 

Nel primo dipinto sono presenti esclusivamente figure femminili, iniziando da sinistra la prima rappresenta la Religione o la Pudicizia vestita di bianco ed ha il volto coperto da un velo chiaro, accanto a lei altre donne stringono tra le mani delle armi (una scure, un fascio di verghe e una lancia), probabile allusione all’aristocrazia. Al centro le due figure prospicenti rappresentano la Temperanza o il Giudizio e la Gloria, rispettivamente con gli attributi l’una della squadra e del morso e l’altra di una piramide. Nella porzione di destra sono rappresentate la Sollecitudine come una donna che brandisce uno sprone e l’Umiltà con l’agnello. 

Nella seconda tela sono descritte le quattro Virtù Cardinali che precedono in corteo una donna vestita all’antica con in capo una corona di alloro portata su una quadriga, alle cui spalle è dipinta una grande aquila bianca, simbolo degli Este. Il corteo è scandito dalle coppie di Virtù: la Giustizia con spada e bilancia e la Prudenza, con lo specchio e il serpente; più avanti procede la Temperanza, intenta a travasare del liquido da due brocche e la Fortezza che stringe una colonna. Aprono il corteo due geni alati.

La terza allegoria rappresenta l’aquila estense intenta a punire i Vizi. L’animale, simbolo della rettitudine, è posto al centro del dipinto ed è piombato su una figura che stringe nelle mani due sacchi di monete identificabile con l’Avarizia o il Furto, accanto è raffigurata una maschera allusione alla falsità, mentre ai lati trovano spazio l’Inganno e l’Eresia.

Nell’ultima tela l’allegoria fa riferimento ai Vizi e ai pericoli nei quali il buon governo potrebbe incorrere. Nelle due figure centrali sono state riconosciute l’Adulazione, con gli attributi del cervo e della tromba e la Superbia. Attorno ad esse si sviluppa una sequenza di allegorie tra cui l’Ambizione, la Frode, la Brama e l’Ingordigia accompagnate da animali, come il maiale simbolo di ingordigia, la scimmia che allude all’astuzia e il cane qui probabile simbolo dell’adulazione.

Queste complesse e numerose allegorie furono concepite per esaltare la Casa d’Este e, probabilmente, per legittimare l’appartenenza di Cesare alla casata oltre che al governo del Ducato nel momento in cui si prospettava l’imminente Devoluzione. 

Ubicazione

Galleria Estense, Modena

Oggetto

Dipinto

Datazione

1592-1593 ca

Tecnica e dimensioni

Olio su tela, 35 x 106 cm; 37 x 115 cm; 35 x 106 cm; 57 x 115 cm

Autore

Gaspare Venturini

Crediti

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