Beni storici – artistici

Tabulae Astrologiae

A cura di

Federica Fanti

Il manoscritto “Tabulae Astrologiae” unisce due grandi passioni degli Estensi quali la letteratura e l’astronomia, due temi alla cui base è presente la medesima volontà di conoscenza. Il sapere era un concetto riservato alla nobiltà e per questo era considerato un fattore di prestigio: le corti si contendevano i più autorevoli precettori per concedere la migliore educazione ai propri figli, letterati che componessero versi e canti per esaltare la dinastia, artisti e musicisti per raccontare le proprie gesta. Un principe rinascimentale doveva possedere uno studiolo o una biblioteca, simbolo di virtù e strumento di cultura. Già Niccolò III (1383-1441) costituì il primo nucleo della biblioteca nel Castello Estense la quale conteneva un numero elevato di volumi, rari e di pregio, in un tempo nel quale la stampa era appena apparsa e trascrivere un codice richiedeva non solo molto tempo ma anche la conoscenza della scrittura, pratica assolutamente non scontata. Borso, sebbene non fosse un fine letterato, si occupò della biblioteca e promosse una circolazione più libera dei preziosi libri sia nella corte che nell’Università ferrarese.

Il manoscritto è un trattato di astronomia composto da Giovanni Bianchini, astronomo, matematico e amministratore ducale, il quale propone uno studio più moderno dell’assetto planetario e contiene delle dettagliate tavole astronomiche. Il lavoro di miniatura del codice è invece da attribuire a Giorgio d’Alemagna. La copia conservata alla Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze è dedicata a Leonello (1407-1450) e presuppone che il manoscritto fosse già composto prima del 1450, mentre la copia dell’Ariostea fu commissionata da Borso probabilmente per lo stesso Bianchini, come vedremo in seguito. Siccome l’opera riscosse un grande successo anche oltre i confini ferraresi, furono eseguite diverse copie.

Il frontespizio è arricchito da un’estesa e accurata miniatura che rappresenta il momento in cui Giovanni Bianchini, introdotto da Borso d’Este, offre in dono all’Imperatore Federico III, appassionato di astronomia, il suo trattato, il quale a sua volta gli porge lo stemma con l’aquila imperiale come riconoscimento del titolo nobiliare alla famiglia Bianchini. La figura di Borso, al centro della vignetta, viene raffigurato con l’alta berretta rossa e le usuali vesti di broccato impreziosite da gioielli, affascinante il particolare della calza decorata con l’emblema del paraduro. Sulla destra sono rappresentate tre figure di corte intente in una conversazione, da notare i calzari affusolati e appuntiti di gusto francese in grande voga al tempo. La rappresentazione propone esplicite influenze delle corti borgognone e provenzali, a quel mondo cortese e cavalleresco a cui i Signori di Ferrara si ispiravano apertamente. La pagina è incorniciata da un fregio che corre su tre lati con ricchi motivi floreali e vegetali policromi e bottoncini d’oro, mentre la parte destra è decorata con una sfera armillare simbolo dello studio dell’astronomia. Il capolettera è una “C” fogliata su fondo blu e cornice oro.

L’avvenimento descritto nella vignetta ad apertura del trattato avvenne nel 1452 quando l’Imperatore, di passaggio a Ferrara, conferì a Borso il titolo ducale su Modena e Reggio. 

E’ ipotizzabile che questa copia sia stata commissionata da Borso per lo stesso Bianchini al momento del suo congedo dalla carica di funzionario estense avvenuta nel 1457, come sottolineato dalla nota assolutoria di congedo firmata da Borso nei confronti di Bianchini posta in calce. A conferma di questa ipotesi nel piede della prima pagina è miniato lo stemma dei Bianchini, sorretto da una coppia di raffinati putti con incantevoli ali colorate; l’insegna della famiglia la ritroviamo anche nella miniatura principale della pagina nelle mani dell’Imperatore Federico III. Seguendo l’ipotesi del dono allo stesso Bianchini è comprensibile come il manoscritto sia rimasto a Ferrara anche dopo la Devoluzione del 1598: lo troviamo nel XVIII secolo nella biblioteca del Cardinale Cornelio Bentivoglio, passata in eredità al marchese Guido Bentivoglio e da questi venduta alla magistratura amministrativa cittadina della città che la concesse alla Civica Biblioteca nel 1750.

Ubicazione

Biblioteca Comunale Ariostea ms. I 147, Ferrara

Oggetto

Manoscritto

Datazione

1452 - 1457 ca

Tecnica e dimensioni

Membranaceo mm 342 x 245

Autore

Giovanni Bianchini (trattato) Giorgio d’Alemagna (miniatore)

Crediti

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