PERSONAGGI

Cesare d’Este

A cura di

Federica Fanti

Cesare d’Este

Biografia

Cesare d’Este è stato il protagonista di una delle fasi più difficili e negative della storia della Casata: prima, per aver impersonificato l’estremo quanto inutile tentativo di Alfonso II di mantenere il possesso di Ferrara nonostante fosse un erede illegittimo agli occhi della Chiesa, poi per aver guidato la dipartita verso Modena, che insieme a Reggio e pochi altri possedimenti rappresentava tutto ciò che restava del grande Ducato Estense. Invero, la resa a Clemente VIII, che l’aveva scomunicato, salvò il ducato da una guerra insostenibile e impossibile da vincere, lasciando comunque agli Este ancora il prestigio e il potere, oltre a diversi territori. Se con Cesare si chiude definitivamente il glorioso passato della sua famiglia legato a Ferrara, egli ha però garantito ai suoi successori, pur con scelte spesso impopolari, la possibilità di scrivere un nuovo futuro.

La vita

Cesare d’Este nasce il 1° ottobre 1562 da Alfonso d’Este Marchese di Montecchio e Giulia Della Rovere, figlia del Duca di Urbino Francesco Maria I Della Rovere. Perse la madre molto presto e il padre si unì in seconde nozze con Violante Segni, dalla quale ebbe altri due figli: Ippolita e Alessandro, il quale diventerà Cardinale e governatore di Tivoli.

Della sua infanzia non si hanno molte notizie, sappiamo però che gli fu impartita una buona educazione letteraria, a cui il giovane Cesare preferiva la caccia e altri passatempi più frivoli. Di conseguenza, non lo entusiasmò nemmeno il dover prendere moglie: per lui fu scelta Virginia de’ Medici, sorella del Granduca di Toscana. Il matrimonio si celebrò a Firenze tre anni dopo il contratto di fidanzamento, il 6 febbraio 1586: al rientro a Ferrara la coppia si fermò prima a Belvedere, poi proseguì verso Palazzo dei Diamanti, ricevuto in eredità dal Cardinale Luigi d’Este.

Diventare Duca per la sopravvivenza del Ducato

Alfonso II, persa la speranza di avere un erede legittimo, si trovò a valutare solo due possibili nomi da indicare come suoi successori: i cugini Cesare e Filippo, marchese di San Martino in Rio, il cui grado di parentela, il cosiddetto ramo “sigismondino”, era più debole. Il Duca scelse dunque Cesare e lo indicò nel testamento come suo erede e successore: così, dopo la sua morte avvenuta il 27 ottobre 1597, alla lettura delle sue volontà in presenza del Giudice dei Savi e delle altre cariche della corte, Cesare fu nominato Duca. 

Nonostante il carattere mite, Cesare prese con decisione il comando di una situazione assai complicata, dando inizialmente l’impressione di non preoccuparsi della legittimità della sua successione: seguendo la consuetudine, infatti, prestò giuramento di fedeltà e dopo la benedizione del Vescovo inviò i propri ambasciatori negli altri Stati a divulgare la notizia. Per la delicatissima ambasceria presso lo Stato Pontificio, fu incaricato il conte Girolamo Giglioli, che arrivò a Roma già il 2 novembre: Clemente VIII, al secolo Ippolito Aldobrandini, però lo liquidò bruscamente ricordando che Cesare stava occupando senza diritto un territorio della Chiesa. Il Pontefice, come i suoi predecessori, poteva infatti far leva sulla Bolla di Alessandro VI, che aveva esteso l’investitura di Ferrara “ad omnes discendentes” di Ercole I. E Cesare non lo era, ma non per questo rinunciò al potere appena ottenuto. Così, anche per prevenire possibili tumulti o difendersi dalle invasioni, dovette cambiare strategia: inviò subito il fratello Alessandro a prendere possesso delle città di Modena e Reggio, che erano le più a rischio. Messi al sicuro i confini, il problema principale restava comunque interno: le casse ducali erano prosciugate e questo rappresentava un grosso svantaggio nell’eventualità di una guerra contro lo Stato Pontificio. Quando Clemente VIII apprese che Cesare si era rifiutato di lasciare i territori abusivamente occupati, istituì una commissione composta da diciannove Cardinali, con il compito di consigliarlo e affiancarlo nella volontà di incamerare il territorio ferrarese. Il Papa non perse tempo e già il 4 novembre, con l’approvazione della commissione, emise un documento nel quale si affermava che il Ducato era devoluto “ob lineam finitam” alla Chiesa, che Cesare lo occupava contro ogni diritto e che pertanto avrebbe dovuto lasciarlo, pena la scomunica: gli furono concessi quindici giorni per presentarsi a Roma a giustificare la sua posizione. Entrambe le parti non arretrarono: Cesare non si presentò dinanzi a Clemente VIII il quale, prima predispose un esercito di trentamila uomini a Faenza, poi lo scomunicò. Il Duca fu avvertito della scomunica il 25 dicembre durante la Messa di Natale. Anche la tempistica non fu casuale: Cesare, animato da un forte sentimento religioso, sprofondò nello sconforto, temendo per la salvezza della sua anima. Cercò quindi di prendere tempo e diede ordine di chiudere tutte le porte della città per non permettere al messo pontificio di notificare la condanna. Ma non poteva durare a lungo e infatti, il 30 dicembre, la bolla papale riuscì ad entrare in città e giunse nelle mani del Vescovo: era l’inizio della fine del lungo governo degli Este a Ferrara.

Cesare Aretusi, Ritratto di Cesare d’Este, 1598, olio su tela, cm 113 x 86, Gallerie Estensi, Modena. Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=36894832

La perdita di Ferrara e la Convenzione di Faenza

La situazione politica e diplomatica si fece sempre più tesa: da un lato gli aiuti promessi dagli altri Stati italiani ed esteri come la Spagna e la Francia non trovarono compimento, dall’altro, alcune città come Comacchio, Lugo, Cento e la Pieve, venute a conoscenza della scomunica, insorsero nei confronti degli Este.  

Temendo il peggio, Margherita Gonzaga ed Eleonora, sorella del Duca e moglie del principe di Venosa, abbandonarono Ferrara. Cesare nel frattempo si rese conto di avere dei nemici anche all’interno della sua Corte e perfino nel Consiglio di Stato: furono molti, infatti, i ferraresi che prevedendo la resa del Duca passarono presto al servizio della Chiesa. 

Del resto, la condizione in cui si trovava il Ducato era chiara ed evidente: il Duca, intimorito dalla scomunica, sprovvisto di risorse finanziarie senza un esercito in grado di competere con la potenza dello Stato Pontificio, non riusciva a trovare il sostegno di possibili alleati proprio per l’influenza e il prestigio del rivale. Senza dimenticare che la Corte era piena di informatori che rivelavano al Pontefice le decisioni del Duca.

Cesare non era quindi in grado di reggere il confronto con l’autorità pontificia e decise di nominare Lucrezia d’Este, duchessa d’Urbino e sorella del defunto Alfonso II, come mediatrice per trattare il delicato accordo con la Chiesa, cercando la via migliore per tutelare gli interessi degli Este. Questa scelta è stata ampiamente discussa dagli storiografi: da un lato, infatti, Lucrezia aveva ottimi rapporti con gli Aldobrandini dall’altro, però, provava ancora un profondo rancore nei confronti di Cesare per quello che il cugino, Alfonso II, aveva commesso. Venticinque anni prima, infatti, il Duca Alfonso II aveva fatto uccidere per motivi politici l’amante di Lucrezia, Ercole Contrari: tra i due c’era un forte legame, una profonda relazione che aveva portato un periodo di gioia nella infelice vita della dama.

Lucrezia accettò l’incarico e la mattina del 31 dicembre 1597 partì verso Faenza, affrontando un viaggio che si rivelò molto faticoso sia per il freddo invernale, che per l’età e le gravi condizioni di salute della dama. A Faenza era attesa dal Cardinale Pietro Aldobrandini, nipote del Pontefice, incaricato delle trattative diplomatiche. Gli accordi, che si conclusero rapidamente, furono anticipati dall’armistizio, previa consegna delle insegne ducali nelle mani del Giudice dei Savi e sia di Alfonso, primogenito di Cesare, che era stato prigioniero di Aldobrandini durante tutto il periodo a Faenza.

Il 12 gennaio venne stilato un documento composto da quindici punti su cui si fonda la Convenzione di Faenza in cui Cesare rinunciava ai territori di Ferrara, di Cento e della Pieve e ai luoghi della Romagna e, in cambio, veniva assolto dalla scomunica. Cesare ottenne di portare con sé i beni mobili, l’archivio e metà dell’artiglieria e, soprattutto, restavano di sua proprietà il giuspatronato della Prepositura di Pomposa e della Pieve di Bondeno, oltre ai beni allodiali presenti nei territori ceduti. Il 28 gennaio 1598 fu pubblicato l’editto a mezzo stampa, che prese il nome di “Capitulazioni”, che diffuse l’accordo raggiunto tra il Duca Cesare e il Pontefice Clemente VIII. Il giorno successivo il Duca, dopo aver assistito all’ultima messa nella Cattedrale di Ferrara con conseguente benedizione del Vescovo, lasciò la città per iniziare il nuovo percorso estense a Modena. Il 29 gennaio 1598 gli Estensi lasciarono definitivamente Ferrara, amministrata con carica ducale dal 1477. Il 30 gennaio entrò in città il Cardinale Aldobrandini prendendone possesso in nome del Pontefice. 

Alla luce di questi fatti, la figura di Cesare può essere valutata attraverso due differenti punti di vista: da una parte è giudicato come inetto e bigotto, troppo attento e ossequioso nei confronti della Santa Sede, dall’altra è riuscito ad evitare una sanguinosa guerra con il rischio di perdere anche i territori di Modena e Reggio, due città con fortificazioni non adeguate ad affrontare il conflitto contro l’esercito pontificio. 

Anche dopo la Devoluzione Cesare rimase devoto alla Santa Sede: lo conferma l’incontro avvenuto a Rimini con Clemente VIII nel maggio del 1599, nel quale il Duca confermò personalmente la sua piena devozione. Questo gesto, molto discusso e impopolare, porterà comunque ad un risvolto positivo in quanto, sempre nel 1599, il Papa elesse cardinale il fratello di Cesare, Alessandro d’Este. Il carattere più forte e determinato di quest’ultimo e la sua alta carica ecclesiastica portarono nel 1606 il Toson d’Oro a Cesare e due anni più tardi il matrimonio tra il nipote Alfonso e Isabella, figlia di Carlo Emanuele I di Savoia e di Caterina d’Asburgo. 

Altre rivendicazioni sui territori Estensi

Risolta la questione con lo Stato Pontificio, non si può dire che con la perdita di Ferrara i contrasti interni alla famiglia fossero finiti. La stessa Lucrezia d’Este, pedina fondamentale di questa fase, morì appena due settimane dopo la Devoluzione (12 febbraio 1598), ma riuscì a portare avanti la sua vendetta. La dama, infatti, non solo aveva indicato come suo erede proprio il Cardinale Aldobrandini, ma aveva anche più volte richiesto la sua parte di beni provenienti dall’eredità del padre Ercole II e, a causa di clausole nel testamento di quest’ultimo, Cesare dovette cedere altri importanti palazzi, come ad esempio quello sul Canal Grande a Venezia e il Palazzo Belvedere a Ferrara.

Poi venne Anna d’Este, anche lei sorella di Alfonso II e Duchessa di Nemours in Francia, che pretese i beni allodiali del padre in territorio francese: così il ducato di Chartres, la viscontea di Caen, le signorie di Montargis e di Gisors e altri possedimenti minori, grazie ad una sentenza del 1601 del Parlamento di Parigi, passarono ad Anna in eredità. Fortunatamente, l’anno seguente il Duca ottenne parere favorevole dalla Sacra Rota sui beni allodiali presenti in Italia. 

La città di Comacchio, invece, nonostante non fosse inclusa nelle “Capitolazioni faentine” né tantomeno fosse un territorio ecclesiastico, fu ugualmente occupata militarmente dal Cardinale Bandini e presa in possesso dal Vescovo della città. A quest’azione Cesare non fu in grado di reagire prontamente, e forse non era nemmeno opportuno farlo, così perse anche questo possedimento, che era invece molto importante per le attività legate alle saline e alla pesca in valle.

Fu invece la questione di Sassuolo ad aprire un nuovo periodo per Cesare. Il signore di questa città, vassallo del Duca, era quel Marco Pio che alla richiesta di aiuto per un’ipotetica guerra contro lo Stato Pontificio aveva negato le sue truppe, con vari pretesti. Un giorno del novembre 1599, all’uscita del Castello Ducale, Marco Pio fu raggiunto da colpi di archibugio: morì qualche settimana dopo, ma nel frattempo Cesare aveva già occupato il Castello di Sassuolo. La questione sul legittimo possedimento del territorio di Sassuolo fu lunga e costosa, ma si risolse, dieci anni dopo, a favore del Duca.

Annibale Carracci, Venere e Cupido, 1592 circa, Gallerie Estensi, Modena. Pubblico dominio, https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/fd/Annibale Carracci-Venere_e_Cupido_Modena.jpg
Annibale Carracci, Flora, 1592 circa, Gallerie Estensi, Modena. Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=33833247

Modena la nuova capitale

La perdita di Ferrara fu un duro colpo per lo Stato Estense, non solo per la riduzione dei possedimenti territoriali, ma soprattutto perché perse la sua centralità geografica nella vita politica italiana. Restavano, però, Modena e Reggio.

L’ingresso a Modena, secondo quanto scritto da Ludovico Antonio Muratori, avvenne il 30 gennaio, alla vigilia della festa di San Geminiano. La corte al seguito di Cesare era ridotta in confronto a quella abituale del Duca e anche Modena si presentava ben diversa dalla sfarzosa Ferrara: le strade erano piccole e sporche, le condizioni igieniche carenti e la popolazione esigua. Il Palazzo Ducale non era nelle condizioni di ricevere stabilmente il Duca e la sua Corte, per questo furono iniziati rapidamente i lavori di manutenzione e di nuovi interventi. Cesare fece adattare il suo appartamento in modo che ci fosse lo spazio necessario per una sua cappella personale dedicata alla Natività di Maria Vergine. All’arrivo degli Este a Modena non si trovò un posto adeguato nemmeno per le opere e i libri preziosi portati via da Ferrara, fortunatamente il funzionario ducale Ottonelli li conservò presso la sua abitazione.

La questione in Garfagnana: la guerra del 1602-1603 e del 1613

L’esigua esperienza politica di Cesare lo portò a concedere ampi poteri al suo primo ministro, Giovanni Battista Laderchi, e ai suoi funzionari, spesso scorretti e incapaci.

La situazione di disorganizzazione governativa si rispecchiava anche nelle campagne, dove i contadini erano soggetti alle sopraffazioni dei feudatari, le cui violenze non erano arginate dal potere centrale. Inoltre furono numerosi i dissidi tra i nobili ferraresi trasferiti nella nuova capitale e quelli modenesi, che furono messi in secondo piano, suscitando accese polemiche e nuovi motivi di disordine.

Le acque agitate in cui si trovava il Ducato fecero riaccendere nella Repubblica di Lucca la volontà di entrare in possesso della Garfagnana. Dal 1602 in avanti, i Lucchesi sconfinarono più volte nei territori estensi, ma questi furono sempre capaci di farli indietreggiare. I combattimenti, in cui si trovò coinvolta la città di Castelnuovo, durarono però solo pochi mesi, grazie all’intervento del Governatore di Milano, che rimandò la decisione sull’appartenenza al Tribunale della città lombarda. Nel 1606 il Tribunale di Milano diede ragione agli Este, ma nel 1612 ripresero le battaglie e questa volta a capo dell’esercito estense c’erano i figli di Cesare: Alfonso e Luigi. Quando la battaglia era ormai agli sgoccioli arrivò da Milano l’inviato dal Governatore spagnolo che propose un accordo che gli estensi rifiutarono. Questi fece comunque esporre sulle mura di Castiglione la bandiera di Spagna come monito per Cesare, che anche in questo caso non si trovava nelle condizioni di entrare in conflitto contro una grande potenza.

Garfagnana, Castelnuovo, Rocca Ariostea, foto di Ilaria Di Cocco.

L’Eredità di Alfonso III

Alla Devoluzione seguirono altre perdite territoriali, come visto, e vennero meno anche alcune alleanze importanti a livello politico. Nel 1615 morì la duchessa Virginia de’ Medici, una donna fragile che la malattia mentale aveva piegato. Dopo il matrimonio, infatti, Virginia accusò problemi psichici che, con il passare del tempo e soprattutto in seguito alle numerose gravidanze, peggiorarono sensibilmente le sue condizioni di salute. Andava così a sciogliersi un legame, quello con la potente famiglia dei Medici che, in realtà, non aveva avuto alcuna concreta ripercussione positiva nella politica estense.

Nel 1624 morì poi il Cardinale Alessandro, che nei difficili anni dell’insediamento nella nuova capitale, seppe stare vicino a Cesare suggerendo consigli e portando avanti ambascerie con gli altri Stati, primo fra i quali quello Pontificio.

È in questi anni che accanto a Cesare, nelle attività di governo, aveva assunto sempre più autorità il figlio primogenito Alfonso, a cui sarebbe passato in eredità il Ducato. Alfonso, contrariamente al padre, aveva un carattere severo e risoluto, presente e interessato a tutte le attività e gli affari che si svolgevano nel territorio, su cui pretendeva di essere informato prontamente. Il rigido controllo imposto da Alfonso portò ad un miglioramento delle condizioni interne attraverso una regolamentazione dell’amministrazione e dei suoi governatori e alla limitazione del potere dei feudatari. Cesare morì l’11 dicembre 1624 lasciando in eredità un Ducato assai ridimensionato territorialmente e demograficamente, ma l’impegno di Alfonso aveva già gettato le basi per aprire uno spiraglio di positività sulle sorti del Ducato.

La Cappella Ducale a Modena

Come già accennato in precedenza, Modena all’arrivo del Duca e della Corte è una città medioevale, con strade strette, carenti condizioni igieniche e priva delle bellezze architettoniche di Ferrara. Cesare mise immediatamente mano alla ristrutturazione del Castello e fece sopraelevare una parte dell’edificio rivolta verso il giardino, da cui ricavò il suo appartamento privato composto da tre camerini e da una cappella. Dai documenti dell’epoca si apprende che questa venne inaugurata l’8 settembre 1605, giorno dedicato alla Natività della Vergine.

Inizialmente la pala d’altare fu commissionata ad Annibale Carracci e un altro dipinto a Caravaggio, opere che non giunsero mai, così il Duca, dopo aver atteso invano diverso tempo, decise di rivolgersi ad altri artisti. Alla decorazione della cappella privata lavorarono dunque Bartolomeo Schedoni (1578-1615), Ercole dell’Abate (1562-1613 nipote di Nicolò) e Ippolito Scarsella detto lo Scarsellino (1550 ca-1620). Da documenti d’inventario, gli studiosi sono riusciti a ricostruire la configurazione di questo spazio che accoglieva nove tele di Schedoni tra cui lo “Sposalizio della Vergine”, il “Cristo della moneta” di Tiziano, ora alla Gemaldegalerie di Dresda, la pala d’altare con la “Natività della Vergine” dipinta da Scarsellino e la “Presentazione della Vergine al Tempio” di Ercole dell’Abate. Questo assetto rimase inalterato per un lungo periodo e solo nel 1783 Ercole III intervenne rimuovendo alcuni dipinti.

La “Natività della Vergine” dipinta dallo Scarsellino è datata 1607 e presenta un impianto narrativo fortemente teatrale, evidenziato dal sapiente gioco di luci e ombre. Il fulcro del dipinto è la piccola neonata, innalzata al cielo dalle braccia unite dei genitori, Sant’Anna e Gioacchino. Da una densa nube affollata di cherubini emerge Dio Padre a gioire della nascita della futura Madre di Cristo. Attorno all’episodio sacro si muovono solo figure femminili, impegnate in varie attività legate alla nascita: sulla sinistra la donna in primo piano porta una culla e dietro, un’altra trasporta un’anfora, mentre in primo piano una donna di spalle si appoggia ad un catino di legno. La figura sulla destra si appresta ad aprire il tendaggio verde del baldacchino su cui è coricata Sant’Anna. Nella parte bassa del dipinto i colori predominanti sono il blu e il giallo che emergono con vigore e vivacità dal fondo scuro creando una forte contrapposizione rispetto alla parte superiore, dai toni più cupi.

Ai lati dell’ingresso minore della cappella erano presenti due dipinti, lo “Sposalizio della Vergine” e la “Presentazione al Tempio”: entrambi sono ambientati in un articolato interno architettonico e in primo piano mostrano figure di spalle utilizzate come quinta, isolando così l’episodio centrale in secondo piano. Nella prima opera, dipinta da Schedoni, la scena religiosa avviene sulla sommità di una scalinata: il pittore dispone sapientemente i personaggi di contorno alla scena centrale in modo da agevolare e condurre lo sguardo dello spettatore. In primo piano si trova un giovane di spalle che guarda al di fuori del dipinto, invitando chi osserva ad entrare nella conversazione che sta intrattenendo con due anziani, mentre dietro di loro due uomini stanno salendo le scale riportando l’attenzione al fulcro della rappresentazione. Lo sfondo è organizzato da un’imponente architettura animata da una folla di gente intenta ad assistere all’avvenimento. 

La “Presentazione della Vergine al Tempio” ha una struttura simile all’opera precedente: il primo piano è occupato dalla figura di una giovane donna seduta di spalle in atto di volgersi verso lo spettatore, accanto a lei è posato un cesto con una colomba. L’interno è scandito da colonne che conducono lo sguardo fino all’abside semicircolare dove, davanti, si svolge la scena sacra. Le figure che si stringono attorno alla Vergine e al Sacerdote mostrano un tratto più rapido, rispetto a quelle dipinte in primo piano.

I tre dipinti che impreziosivano la cappella di Cesare, oggi conservate nelle collezioni della Galleria Estense a Modena, sono una preziosa testimonianza della pittura padana di inizio Seicento.

Scarsellino, Natività della Vergine, 1607, olio su tela 196 x 141 cm, Gallerie Estensi, Modena. Sailko / CC BY-SA https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0
Bartolomeo Schedoni, Sposalizio della Vergine, 1607 circa, olio su tela 183 x 90 cm, Gallerie Estensi, Modena. Sailko / CC BY-SA https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0
Ercole dell’Abate, Presentazione della Vergine al Tempio, 1607 circa, olio su tela 183 x 90 cm, Gallerie Estensi, Modena. By Sailko – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=62379776

BIBLIOGRAFIA:

Modena 1598: l’invenzione di una capitale / a cura di C. Conforti, G. Curcio, M. Bulgarelli. Milano, Electa, 1999

Cesare d’Este, primo duca di Modena capitale: vicende e calunnie riguardanti il creatore dello Stato di Modena che fu duca di Ferrara per tre mesi e duca di Modena per trent’anni / Gian Carlo Montanari Modena: Il fiorino, stampa 2007

Cesare d’Este e Clemente 8. / Alberto Gasparini Modena: Società Tipografica Editrice Modenese, stampa 1960

Ritratti dei ser.mi Principi D’Este sig.ri di Ferrara con l’aggionta de loro fatti più memorabili ridotti in sommario dal s.r Antonio Cariola. Dedicati al ser.mo Alfonso IV. principe di Modona In Ferrara: appresso Catarin Doino, 1641 (In Ferrara: per Francesco Suzzi Stampator camerale, 1641)

“La chiesa di San Domenico a Modena “tempio palatino” estense all’epoca del duca Cesare” di Graziella Martinelli Braglia in “Memorie Scientifiche, Giuridiche, Letterarie”, Accademia Nazionale di Scienze Lettere e Arti di Modena, Ser. IX, v. II (2018), fasc. I, 2019

Treccani Dizionario Bibliografico degli Italiani