PERSONAGGI

Francesco III d’Este

A cura di

Federica Fanti

Francesco III d’Este

Biografia

Il matrimonio con Carlotta Aglae d’Orléans portò nella vita introversa di Francesco una moltitudine di problemi e di umiliazioni, tanto che gli sposi furono allontanati da corte per risiedere a Rivalta. Grazie all’accordo matrimoniale concluso per il figlio acquisirà l’auspicato sbocco sul mare Tirreno, per questo fece costruire due importanti strade di collegamento tra Modena e Massa. A causa della Guerra di Successione Austriaca fu costretto ad abbandonare il Ducato, dove vi ritornerà dopo sette anni di esilio nel 1749.

Le preoccupazioni per la successione opprimevano il Duca, il quale concluse un accordo matrimoniale con la corte austriaca per l’unica sua nipote, Maria Beatrice Ricciarda, neonata di pochi mesi. Il patto prevedeva due differenti trattati, uno relativo al matrimonio e l’altro alla successione del Ducato in mano ad un principe austriaco. Da quel momento a Francesco venne affidato il comando delle truppe imperiali in Italia e, nominato governatore generale della Lombardia, si trasferì a Milano. Il trasferimento promosse un proficuo scambio culturale promuovendo nelle terre estensi la diffusione di principi illuministici e la stagione delle riforme: è datato 1771 il “Codice Estense” il quale uniformava le norme in vigore rappresentando per l’epoca un modello avanzato e precursore di trattazione legislativa. Francesco III fu l’artefice della “Vendita di Dresda” con cui cedette un centinaio dei dipinti più prestigiosi della collezione estense ad Augusto III Re di Polonia ed Elettore di Sassonia.

La vita e il matrimonio

Francesco Maria nasce a Modena il 2 luglio 1698, figlio primogenito del Duca Rinaldo I e di Carlotta Felicita di Brunswick-Luneburg. 

Il carattere chiuso e ombroso del giovane principe lo costrinse a trascorrere un’infanzia solitaria e il suo isolamento si aggravò dopo la morte della madre, con il padre che non nascondeva la sua predilezione per il secondogenito Gianfederico.

La situazione si complicò ulteriormente quando il Duca, per ottenere protezione dalla Francia, scelse per lui come sposa Carlotta Aglae d’Orléans, quarta figlia del reggente di Francia Filippo d’Orleans. 

A Parigi la trattativa fu affidata a due ministri estensi tra cui il conte Benedetto Selvatico che, per concludere più in fretta i negoziati, non informò il Duca dell’irrequietezza e della vita licenziosa della nobildonna, la quale destava scandalo persino nella corte francese, notoriamente aperta e mondana. 

Il matrimonio si celebrò per procura il 12 febbraio 1720 ma la sposa, contraria ad abbandonare la lussuosa corte di Parigi, giunse in quella estense solo il 20 giugno 1721.

I contrasti con il Duca Rinaldo e tra gli sposi iniziarono immediatamente: il carattere burrascoso e capriccioso di Carlotta non riusciva ad essere contenuto da Francesco, divenuto il bersaglio dalla sua crudeltà e freddezza. Lei dimostrava apertamente la repulsione che provava nei suoi confronti, infierendo sulla sua vita già introversa e infelice, al punto che Francesco scelse di allontanarsi rifugiandosi a Bologna. 

La gravità della situazione spinse il Duca Rinaldo a prendere posizione, riuscendo a far rientrare in città il figlio dopo aver ricevuto da Carlotta una missiva colma di buoni intenti. 

Ma ad attendere Francesco ci fu l’ennesima umiliazione, venendo a scoprire che la moglie e il fratello Gianfederico si erano abbandonati alla reciproca attrazione. Lo scandalo costrinse suo malgrado il Duca a ordinare al figlio prediletto di abbandonare l’abito ecclesiastico e partire per la corte dell’Imperatore Carlo VI, dove avrebbe imparato il mestiere delle armi. Per mettere a tacere i pettegolezzi la coppia venne mandata a vivere a Reggio ma Carlotta, sempre più convinta di poter ottenere l’annullamento delle nozze perseverando il suo “matrimonio bianco”, chiese al marito di accompagnarla a Loreto e da qui a Verona, arrivando a proporre come meta la Francia. Francesco, nell’incapacità di frenare la moglie, chiese l’intervento del Duca Rinaldo e del padre di Carlotta, che arrivò a vietare ufficialmente alla figlia di entrare in Francia. 

La delicata situazione portò i coniugi a vivere nel Palazzo Ducale di Sassuolo ma Carlotta, non ancora rassegnata, espresse la volontà di viaggiare, attirata dalla vita mondana che Roma poteva offrirle. 

Effettivamente nella Città Eterna ritrovò la sregolatezza e la frenesia che tanto le erano mancate, intessendo una relazione amorosa con il Cardinale di Rohan, la quale porterà la coppia, ancora una volta, a lasciare una città piena di pettegolezzi e maldicenze. 

Nicolas de Largillière, “Carlotta Aglaia d’Orléans e la figlia Maria Teresa Felicita”, 1733. Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=18447670

Il Duca impose loro di prendere dimora presso la Cittadella di Reggio che diventò ben presto un luogo di ricevimenti e di giocatori tra i quali la “fille de France” trovò diversi ammiratori. Inaspettatamente giunse la notizia di un avvicinamento tra i coniugi e della conseguente gravidanza di Carlotta ma, proprio nonostante questo primo momento di possibile serenità, Francesco, al culmine della sopportazione, decise di punire colui che riteneva essere la causa della maggior parte dei suoi problemi e della sua infelicità, ovvero il conte Benedetto Selvatico. Nel luglio del 1722 si introdusse sotto mentite spoglie nell’abitazione del Conte e gli rivelò la sua identità minacciandolo di morte con due pistole. Selvatico spaventato, scappò precipitosamente dal Ducato portando con sé documenti segreti riguardanti le questioni governative. Informato dell’episodio il Duca Rinaldo ruppe i rapporti con il figlio che riprenderanno solo nel 1724, in seguito alla lettura, da parte di Francesco, della formula di sottomissione e della pubblica richiesta di perdono che il padre gli concesse stringendolo in un abbraccio. 

Grazie alla ritrovata serenità Rinaldo donò al figlio e alla nuora un grande appezzamento di terreno a Rivalta dove già esisteva una bella villa ampliata e decorata dal principe Borso d’Este, ma costruita nel tardo Cinquecento dalla famiglia Alpi attorno ad una torre quattrocentesca della famiglia Canossa. Nella coppia si invertirono i ruoli: se Carlotta si dedicò a seguire i lavori di ampliamento della reggia e poi alla sua maternità, Francesco iniziò una fitta rete di relazioni amorose. Nel giugno del 1725 i coniugi vissero il dolore della morte del figlio primogenito Alfonso, mentre l’anno successivo nacque Maria Teresa, lasciando nell’incertezza le sorti del Ducato fino a quando, il 22 novembre 1727, arrivò il tanto atteso erede maschio Ercole Rinaldo.

Diventare Duca: Francesco III d’Este

La guerra di successione polacca e la conseguente occupazione di Modena del 1734, costrinse il principe a rifugiarsi prima a Genova, poi in varie capitali europee dove avviò numerosi rapporti diplomatici. 

Insieme all’esercito imperiale combatté i turchi in Ungheria e durante il suo rientro in Italia fu raggiunto dalla notizia della morte del padre (26 ottobre 1737). Il 4 dicembre 1737 Francesco entrò a Modena pronto ad assumere il governo del Ducato mentre la moglie, rifugiatasi a Parigi durante il conflitto, rientrerà nella capitale estense solo nel 1739. 

La coppia finalmente trovò la quiete e questa conciliazione portò Francesco ad accondiscendere alle proposte di Carlotta: contrariamente a quanto accadeva sotto il rigoroso Duca Rinaldo, la corte fu rallegrata da feste, spettacoli, balli e soprattutto giochi tra cui il noto “biribisso”, un gioco d’azzardo importato dalla Francia con cui la Duchessa si intratteneva fino all’alba.

Nel 1741 il Duca concluse l’accordo per il matrimonio tra il figlio quattordicenne Ercole Rinaldo e Maria Teresa Cybo Malaspina, futura erede del Ducato di Massa e di Carrara. L’unione avrebbe consentito agli Este di ampliare i propri possedimenti oltre l’Appennino, conquistando il tanto auspicato sbocco sul mare Tirreno. In quest’ottica Francesco commissionerà due importanti strade di collegamento tra Modena a Massa, la via Vandelli e la Giardini-Ximenes di cui racconteremo più avanti.

In politica estera i rapporti con Francia e Spagna si mostravano molto delicati, soprattutto a seguito di quell’ostentato atteggiamento di neutralità adottato dal padre Rinaldo, durante il suo governo, che causò numerosi sospetti di ambiguità politica nei confronti dello stato estense. 

Il Duca, conscio di questa situazione, da un lato incrementò di cinquemila unità l’esercito e dall’altro aumentò il numero di ambasciatori nei vari Stati. La morte dell’Imperatore Carlo VI (1740) scatenò la Guerra di Successione Austriaca che coinvolse anche l’Italia, inducendo il Duca ad abbandonare la posizione di neutralità prendendo posizione a favore dell’Imperatore Carlo VII, insieme a Spagna e Francia, provando comunque a dissimulare inizialmente la propria scelta per evitare rappresaglie e per attendere l’arrivo dell’esercito spagnolo guidato dal Duca di Montemar. Nel frattempo l’esercito austro-piemontese invase Reggio, il 17 maggio 1742, mentre due giorni più tardi Carlo Emanuele Re di Sardegna transitò con il suo esercito sotto le mura di Modena per attestarsi sulle rive del Panaro. 

La presa di posizione estense a favore dell’Imperatore non rimase segreta a lungo perché gli austro-piemontesi intercettarono una sua missiva e, scoperte le intenzioni del Duca, gli intimarono di confermare la consueta neutralità dello stato estense, concedendo loro alcune piazzeforti. 

L’aiuto spagnolo tardava ad arrivare e Francesco, per timore delle dure rappresaglie dell’esercito austro-piemontese, insisteva nel non rivelare l’esistenza dell’accordo. All’inizio di giugno la posizione di ambiguità lo costrinse a ritirarsi presso la Villa del Catajo vicino a Padova: immediatamente le truppe nemiche occupano Modena ed espugnano la Cittadella il 28 giugno 1742, mentre Mirandola cederà un mese più tardi. 

Davanti alla tragica situazione il Duca si sottomise alla Spagna dichiarando la propria devozione al Re Filippo V e chiedendo di servire il suo esercito in un ruolo qualsiasi, anche inferiore al suo rango. Francesco fu così nominato capitano generale delle truppe in Lombardia e partecipò a numerose fasi della guerra tra cui la battaglia di Velletri, la presa di Milano e l’assedio di Ventimiglia. La Pace di Aquisgrana del 1748 mise fine alla guerra e riconsegnò il Ducato Estense a Francesco III, il quale rientrerà a Modena dopo sette anni di esilio, nell’agosto del 1749, senza abbandonare l’illusione di una futura espansione e di una ritrovata autorevolezza che il suo Stato avrebbe potuto giocare nello scacchiere europeo.

Gian Battista Guzzaletti, “Ritratto di Francesco III d’Este”, 1750-1799, Museo Civico d’Arte, Modena. Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=49337041

L’incertezza sulla successione del Ducato

Se la delicata situazione politica rendeva dubbie le alleanze e la credibilità del Ducato Estense, a peggiorare la situazione si insinuò lo spettro di un futuro senza eredi, incertezza che più di una volta aveva compromesso la stabilità dello Stato. Infatti nel 1751 la morte di Benedetto, unico figlio maschio oltre a Ercole Rinaldo, complicò la prospettiva di successione, soprattutto vista l’unione infelice tra quest’ultimo e Maria Teresa Cybo, confermata dalla nascita di una sola figlia femmina in dieci anni di matrimonio. 

Su questa bambina di pochi mesi, Maria Beatrice Ricciarda nata nel 1750, si concentrerà tutta la speranza per il futuro della casata. Francesco cercò immediatamente un accordo matrimoniale con il Re d’Inghilterra Giorgio II, avanzando la richiesta di un’unione con uno dei nipoti del sovrano, proposta che fu però “girata” alla corte austriaca, ben lieta di consolidare l’alleanza e la propria posizione in Italia. 

L’opposizione di Ercole, padre della promessa sposa, non impedì a Francesco di portare avanti le intense e laboriose trattative che si protrassero anche a causa dell’intromissione della Francia, che tentò di ostacolare la riuscita di questo accordo. I patti si conclusero nel maggio del 1753 e vennero siglati due differenti trattati, uno relativo al matrimonio e l’altro alla successione. La parte segreta di quest’ultimo sanciva, una volta avvenuto il passaggio del Ducato nelle mani del principe austriaco, la separazione tra l’Austria e il Ducato Estense, che avrebbe mantenuto Modena come capitale dello Stato. Il principe avrebbe dovuto assumere il cognome estense, risiedere nel Ducato e, nel caso gli si fosse presentata l’opportunità di salire sul trono austriaco, avrebbe dovuto rinunciare allo stato estense in favore del figlio o, in mancanza di un erede, di un altro membro della famiglia purché non regnante in Austria. Mentre il Duca Francesco avrebbe assunto il comando delle truppe imperiali e il governo della Lombardia, fino alla maggiore età del futuro genero.

Il matrimonio si celebrerà nel 1771 a Milano e prima di quella data il nome dello sposo cambiò più volte: infatti, dopo la morte dell’arciduca Carlo l’impegno ricadde su Leopoldo che sposò invece la figlia di Carlo III Re di Spagna, cosicché fu sostituito dal fratello Ferdinando, quattordicesimo figlio di Maria Teresa d’Austria.

Dal 1753 venne affidato a Francesco il comando delle truppe imperiali in Italia e, nominato governatore generale della Lombardia, si trasferì a Milano, una città che viveva appieno il fermento delle riforme.

Gaetano Mediolani Peregus, “Ritratto della famiglia dell’Arciduca Ferdinando d’Austria”, 1776, Vienna. Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=18458896

Francesco III il riformatore

Se la residenza del Duca a Milano portò quantomeno un’insolita novità nella corte estense e nel popolo, che si affezionò poco a un governatore assente, lo scambio culturale tra la grande città lombarda e Modena fu proficuo, promuovendo nelle terre estensi la diffusione di principi illuministici e la stagione delle riforme. 

Francesco, sulla scia delle ‘aperture’ fatte affinché lo Stato fosse più equo e meno vincolato al clero (quali la statalizzazione dello Studio nel 1772, l’apertura della Biblioteca Estense e la creazione dell’Albergo dei Poveri) emana nel luglio del 1771 il Codice Estense. Il “Codice di leggi e costituzioni per gli Stati di sua Altezza Serenissima” intendeva uniformare le norme in vigore e rappresentò per l’epoca un modello avanzato e precursore di trattazione legislativa, anche rispetto agli altri Stati. Nella parte relativa al diritto civile, dove si affrontano svariati temi, c’è la volontà di snellire le strutture statali e dare coerenza all’eterogeneità delle norme esistenti, porre un freno alla potenza economica del clero, abolire il foro ecclesiastico, regolamentare la materia feudale e di diritto successorio e potenziare il settore agricolo. 

Nella parte riguardante il diritto penale permane invece uno stretto legame con concezioni tradizionali, come ad esempio quelle legate alla diversificazione sociale delle pene tra nobili e non nobili, alla centralità della figura del Duca, che restava salda al vertice di uno Stato basato su una solida gerarchizzazione del potere. Sebbene le punizioni corporali e la pena di morte fossero ancora presenti, il Codice Estense avvia comunque un lieve e lento miglioramento delle condizioni dei condannati.

Frontespizio del primo volume del Codice, 1771

Gli ultimi anni di vita

La moglie Carlotta morì nel 1761 a Parigi, città in cui risiedette quasi continuamente fuggendo da una Modena per lei troppo piccola e soffocante. Dopo la sua morte, Francesco si unirà morganaticamente prima a Teresa di Castelbarco e, in seguito, a Renata Teresa contessa d’Harrach. Gli ultimi anni della sua vita trascorsero nella villa ducale di Varese, da lui commissionata e costruita tra il 1766 e il 1772. Dal sontuoso palazzo lombardo continuò a governare il Ducato Estense e solo in rare occasioni fece ritorno a Modena. Si spense all’età di 82 anni, il 22 febbraio 1780: dopo i sontuosi funerali voluti dal figlio Ercole Rinaldo III, ultimo erede legittimo di Casa d’Este, il corpo fu sepolto nella Chiesa dei Cappuccini a Modena.

Palazzo Ducale di Varese

L’attività urbanistica e la cultura

Francesco III si occupò costantemente dell’aspetto urbanistico del suo Ducato, fin dal 1721, al tempo era ancora principe, quando lui e la moglie Carlotta si trasferirono nella cittadella di Reggio. Tre anni più tardi, dopo una lunga trattativa con Foresto d’Este (1652-1725), marchese di Scandiano dal 1698, Francesco entrò in possesso della villa di Rivalta, ma solo nel 1726 il Duca Rinaldo la concesse ufficialmente al figlio.

Francesco iniziò subito i lavori, sotto la guida di Gian Maria Ferraroni, attestato fino al 1727; è probabile però che il progetto, almeno a grandi linee, fosse stato steso dallo stesso Francesco. 

Sempre nel 1726 diede il via anche ai lavori del giardino, progettati da Jean Baillou, sovrintendente del giardino di Colorno. Per le decorazioni, sono documentati i figuristi Antonio Consetti e Bartolomeo Maria Mercati, i quadristi Giacinto e Claudio Venturi, il pittore Domenico Romani. 

Il palazzo settecentesco costituiva un ampliamento di un precedente edificio, acquistato e ristrutturato negli anni 1641-44 da Borso d’Este (padre di Foresto 1605-1657). La somiglianza tra i due edifici è dimostrata da diverse testimonianze iconografiche: si nota, ad esempio, la permanenza della torre centrale, per quanto rialzata e arricchita da un padiglione sommitale ottagonale, mentre il nuovo edificio si differenzia per l’innalzamento di un piano. Dalla facciata orientale si dipartivano verso nord e sud due ali che costituivano il collegamento con il corpo meridionale e quello settentrionale; due portici centrali permettevano il passaggio dalla corte occidentale al giardino. L’ala sud, tuttora conservata e oggetto di interventi di restauro nell’ambito del progetto Ducato Estense, ospitava il seguito della corte; mentre nell’ala nord erano ubicate le stalle, la rimessa delle carrozze e il cortile per il maneggio dei cavalli. 

Il parco, ispirato al modello di Versailles, con viali regolari, prospettive, aiuole, siepi, fontane, è situato in una conca, tra l’alveo del Crostolo e i primi terrazzamenti collinari. Impostato su un impianto quadrangolare, era cinto da mura con bastioni semicircolari, mentre il giardino segreto si estendeva alle spalle dell’ala sud. 

La spoliazione del palazzo prese avvio con il trasferimento di Francesco III a Milano, in seguito alla sua nomina a governatore della Lombardia.

Reggia di Rivalta, Reggio Emilia

Francesco, dopo aver commissionato nel 1738 la strada detta della “Tambura” per collegare la Garfagnana con Massa, anche a seguito del contratto matrimoniale tra il figlio Ercole e Maria Teresa Cybo Malaspina ereditiera del Ducato di Massa e di Carrara, volle costruire un’altra via, che valicando gli Appennini e le Apuane attraverso un percorso impervio e sorprendente, unisse Modena e Massa, prolungando i possedimenti estensi fino al mare e ottenendo così un importante sbocco sul Tirreno. L’imponente lavoro di progettazione e costruzione fu affidato all’abate Domenico Vandelli che nel 1752 terminò il nuovo percorso. 

Non ancora soddisfatto il Duca si spinse a commissionare nel 1766 un nuovo tratto viario di collegamento con la Toscana, da Modena a Pistoia attraverso l’Abetone, chiamato Giardini-Ximenes dal nome dei due progettisti. Il tracciato fu infatti progettato per la parte estense dall’ingegnere Pietro Giardini, e per il tratto toscano da Anastasio Anastagi, Leonardo Ximenes e Belisario Bulgarini. 

Fu completato nel 1777 e in memoria dell’impresa furono collocate, sul confine tra i due Stati, due piramidi con stemmi e lapidi celebrative, rivolte rispettivamente verso il granducato di Toscana e verso il ducato di Modena, a ricordo dei i due promotori dell’opera, Leopoldo I e Francesco III.

Francesco III completò la facciata sud del Palazzo Ducale di Sassuolo su disegno di Tommaso Bezzi, ispirato alle soluzioni bibienesche della reggia di Colorno. Nel Settecento la villa è al centro di un complesso lavoro di risistemazione territoriale: un viale viene tracciato in asse con la facciata sul giardino verso la Casiglia, mentre altri assi proseguivano verso ovest innervando la tenuta agricola, e verso nord in direzione di Modena. 

A Modena il Duca completò l’edificazione dell’ala sinistra del Palazzo Ducale, mentre nel 1760 iniziarono i lavori per l’allargamento della via Emilia, che conferiranno alla città un aspetto più moderno. Sempre nella capitale estense, dal 1739 i giardini ducali vennero aperti alla cittadinanza per volontà del Duca: in quest’occasione la palazzina Vigarani, edificata nel 1634 per volere di Francesco I, venne modificata con l’estensione delle ali laterali, per poter accogliere balli e ricevimenti.

Il Duca, seguendo l’esempio di grandi città come Roma e Parigi, volle riunire in un solo luogo gli indigenti, accolti presso le varie istituzioni presenti in città. Con questa intenzione venne fondata nel 1764 l’Opera Pia Generale dei Poveri che si concretizzò con la trasformazione del convento attiguo alla Chiesa di Sant’Agostino, in un grande “Albergo dei Poveri”. 

La progettazione e la costruzione furono affidate all’architetto ducale Pietro Termanini e la struttura, che poteva contenere tra le quattrocento e le cinquecento persone, verrà terminata nel 1769, ma già dal 1767 accolse i primi indigenti che godevano della pubblica assistenza.

La vendita di Dresda

Durante gli anni della guerra di successione austriaca il Duca, con l’atto conosciuto come “la vendita di Dresda”, cedette un centinaio dei dipinti più prestigiosi conservati nella “Ducal Galleria” ad Augusto III Re di Polonia ed Elettore di Sassonia. La vendita gli fece incassare 100.000 fiorini d’oro, denaro di cui le casse ducali avevano estrema necessità per far fronte alle spese sostenute nel suo ruolo di comandante degli eserciti spagnoli in Italia.

Era consuetudine, durante i conflitti bellici e le invasioni, trasferire le opere d’arte più preziose in luoghi ritenuti più sicuri e per questo veniva redatto un inventario. Non fu solo questo il motivo che spinse Francesco a commissionare all’abate Pietro Ercole Gherardi una relazione sui dipinti presenti della collezione ducale: la “Descrizione delle pitture nell’Estense Ducal Galleria” terminata nel 1744 sarà anche la base per la contrattazione tra i due sovrani. Augusto III era un esperto intenditore d’arte e un ricchissimo collezionista, disponeva di agenti in varie città i quali intercedevano per lui nell’acquisto di oggetti d’arte. Durante una sua visita in Italia nel 1712 aveva apprezzato di persona la straordinaria collezione estense ed era rimasto affascinato dalla “Notte”, o “Adorazione dei pastori”, di Correggio, ritenuto il capolavoro dell’arte del Rinascimento padano.

Antonio Allegri detto il Correggio “Adorazione dei Pastori (o La notte)”, 1522-30 circa, olio su tavola, 256 × 188 cm, Gemäldegalerie, Dresda. Pubblico dominio,  https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15452526

La negoziazione fu laboriosa e segreta, si arrivò alla firma del contratto nel luglio del 1745, mentre alla fine di novembre le tele furono trasportate nella Villa del Catajo vicino a Padova, dove la famiglia Estense dimorava, a seguito all’occupazione di Modena da parte delle truppe austro-piemontesi. Solo nell’estate seguente avvenne il definitivo pagamento della somma pattuita e le opere partirono per Dresda, trovando collocazione nella nuova galleria creata dalla trasformazione delle stalle reali, nell’ottobre del 1746

Le opere cedute da Francesco III (che ammalieranno anche Johann Joachim Winckelmann, uno dei maggiori teorici del Neoclassicismo, all’epoca giovane bibliotecario della corte) sono le più importanti tele che oggi si possono ammirare alla Gemäldegalerie di Dresda. Qui si trovano riuniti i pittori che fecero grande la corte estense nel Cinquecento come il Garofalo, i fratelli Dossi, Girolamo da Carpi, per proseguire con Correggio, Parmigianino, Tiziano, Velasquez, Tintoretto, Veronese, Annibale Carracci, Guercino e Guido Reni. Purtroppo a seguito dei bombardamenti della Seconda Guerra mondiale tredici opere della collezione estense andarono distrutte.

Paolo Caliari detto il Veronese, “La Madonna della Famiglia Cuccina”, 1571, olio su tela, Gemäldegalerie, Dresda. Public domain, via Wikimedia Commons

Ciò che rende la vendita di Dresda un unicum nella storia italiana, è la perdita artistica e culturale che derivò dalla cessione di un intero nucleo omogeneo e completo di opere della pittura ferrarese del Cinquecento.

BIBLIOGRAFIA:

“Gli Estensi. Mille anni di storia” Luciano Chiappini, Ferrara, Corbo Editori, 2001

“Gli Estensi. La corte di Modena” a cura di Mauro Bini, Il Bulino edizioni d’arte

“Modena Capitale” Luigi Amorth, Banca Popolare dell’Emilia Romagna, Poligrafico Artioli SpA, 1997

“La vendita di Dresda” a cura di J. Winkler, Ed. Panini, 1989

Treccani Dizionario Bibliografico degli Italiani

https://www.treccani.it/enciclopedia/arte-contesa_%28Il-Libro-dell%27Anno%29/