PERSONAGGI

Francesco I d’Este

A cura di

Federica Fanti

Francesco I d’Este

Biografia

Dopo la pagina più buia della storia estense, riconducibile alla Devoluzione di Ferrara allo Stato Pontificio (1598), con la perdita di gran parte del territorio appartenuto al Ducato e della città nota in tutta Europa per le sue bellezze architettoniche e artistiche, il duca Francesco I d’Este fu il protagonista della rinascita estense.

Francesco, infatti, fu in grado di far risplendere nuovamente la gloria degli Este e la sua visione di magnificenza si concretizzò in una intensa attività edificatoria che cambiò il volto di Modena, nuova capitale. Fu il committente dei due palazzi ducali che ancora oggi sono l’immagine del ducato modenese, il palazzo di Modena, simbolo del potere politico, e quello di Sassuolo, residenza di campagna la cui decorazione barocca e illusionistica riempie di stupore tutti i suoi visitatori. Inoltre, il Duca fu capace di creare una delle quadrerie più importanti in Italia e in Europa, costituita da capolavori dei più grandi maestri italiani come Guercino, Guido Reni, Tintoretto, Veronese, e di cui fanno parte anche i suoi numerosi ritratti che, nel dipinto di Velasquez e nel busto marmoreo di Bernini, trovarono la più alta espressione artistica.

Nella gestione degli affari pubblici, invece, il suo spirito bellicoso lo portò a condurre una rischiosa politica di equilibrio messa in atto attraverso abili e spregiudicati giochi di diplomazia tra Spagna e Francia, riuscendo a mantenere comunque il possesso del Ducato.

I primi anni da Duca

Francesco I divenne Duca di Modena e Reggio il 24 luglio 1629 all’età di 19 anni. La successione non fu dovuta alla morte del padre ma alla sua abdicazione in quanto Alfonso III, dopo soli 6 mesi di governo, scelse la vita religiosa entrando nell’Ordine dei Frati Minori con il nome di Giambattista da Modena.

Francesco fu immediatamente chiamato ad affrontare situazioni politiche difficili e nonostante la sua giovane età dimostrò risolutezza e diplomazia nel gestirle. La prima avversità che gli si presentò era dovuta alla drammatica Guerra dei Trent’anni che infiammava tutta Europa: attraverso l’esborso di una somma consistente Francesco impedì che le truppe di lanzichenecchi, capitanate da Rambaldo di Collalto, alloggiassero all’interno del territorio estense, evitando così probabili razzie e violenze che notoriamente venivano messe in atto da questi eserciti. 

L’anno 1630 è caratterizzato da due eventi importanti: il matrimonio con Maria Farnese, sorella del Duca di Parma Odoardo Farnese, e il dilagare della peste, proprio la stessa raccontata da Alessandro Manzoni nei “Promessi Sposi”. Dopo un primo momento di incertezza il Duca lasciò Modena per evitare il contagio, rifugiandosi nella campagna reggiana, ritenuta in quel momento più sicura. Francesco rimase continuamente in contatto con il Consiglio di Stato e i propri segretari in modo da provvedere ai bisogni della città nonostante la sua assenza ma, nella primavera del 1631, la peste contagiò anche Reggio costringendo il Duca a rientrare a Modena. In segno di ringraziamento per la fine dell’epidemia Francesco finanzierà la costruzione a Fiorano della Chiesa della Beata Vergine detta del Voto, dove il 15 agosto 1634, giorno dell’Assunzione, poserà la prima pietra dell’edificio.

Francesco provvede ai suoi sudditi durante la peste del 1630, disegno tratto dal libro a stampa “L’idea del Prencipe et Eroe Christiano”, 1659, Biblioteca Estense, Modena. https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=61146096

Il primo decennio: una politica filospagnola

Francia e Spagna erano le due grandi potenze che condizionavano il destino degli Stati europei e dividevano gli Stati italiani nelle scelte di politica estera, quando la pace di Vestfalia era ancora lontana (1648). La così longeva sopravvivenza del Ducato Estense nei secoli si deve alla capacità degli Este di conciliare posizioni assai divergenti e di trovare mediazioni efficaci anche nelle trattative più spinose. Questa è la situazione che si presentava a Francesco I, costretto anch’egli a muoversi con abili manovre diplomatiche tra un’alleanza e l’altra per mantenere lo Stato. 

La visione di Francesco però non si limitava alla sopravvivenza del Ducato ma guardava oltre: desiderava che Modena diventasse una grande capitale ammirata dagli altri sovrani, senza però abbandonare la speranza di tornare in possesso di Ferrara e Comacchio.

Nei confronti della Spagna gli Este rivendicano un cospicuo credito mai versato, proveniente dalla Capitolazione di Milano e dalla dote matrimoniale di Isabella con Alfonso d’Este. Per trattare la delicata questione il Duca incaricò il Conte Gian Battista Ronchi, la cui ambasceria mirava anche ad ottenere il conferimento del titolo regale, già posseduto dai Savoia e dai principi di Toscana. Nonostante la sua lunga missione diplomatica a Madrid, che si protrarrà dal 1629 al 1633, anno della sua morte, la Spagna fu irremovibile e il Conte non riuscì a conseguire quanto sperato. 

La politica filospagnola perseguita nel primo periodo di governo, portò a Francesco risultati deludenti se si pensa, ad esempio, che il Conte Ronchi riuscì ad ottenere per il Duca solo una vaga e verbale dichiarazione di “protezione spagnola” per circa dieci anni. Nonostante questo Francesco mostrò la sua lealtà alla Spagna invadendo il Ducato di Parma, governato dal cognato Odoardo Farnese, colpevole di essersi schierato con la Francia. L’unico vero beneficio che Francesco ottenne dalla sua fedeltà al Regno di Spagna fu la cessione di Correggio. Nel 1634, infatti, la Spagna saldò la multa di 230.000 fiorini che il principe don Siro da Correggio non era in grado di pagare (multa impostagli da Ferdinando II con l’accusa di falsificazione di monete), acquistando così i diritti sulla città di Correggio che, previo rimborso della somma pagata, cederà agli Este. La questione si concluderà definitivamente solo nel 1649 quando il figlio di don Siro, in pessime condizioni finanziarie, cederà per sempre la città al Duca. 

Francesco si recò personalmente a Madrid nel 1638 portando con sé splendidi doni e illudendosi di concludere accordi vantaggiosi per il Ducato, ma le cortesie riservatogli dal Re Filippo IV d’Asburgo portarono solo piccoli incarichi per alcuni familiari e molte onorificenze, come la concessione del titolo di “Grande Ammiraglio dell’Atlantico”, il Toson d’Oro, la nomina a viceré della Catalogna, riconoscimenti che, sprovvisti dei relativi compensi, restavano solo titoli altisonanti.

Diego Velázquez, “Ritratto di Francesco I d’Este”, 1638-1639, olio su tela cm, 68 x 51, Gallerie Estensi, Modena. Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2327140

Ma ciò che di più importante rimane dell’ambasceria madrilena è un capolavoro della storia dell’arte, conservato alle Gallerie Estensi di Modena: Francesco infatti non si fa sfuggire l’occasione di farsi ritrarre dal pittore di corte, Diego Velasquez. Il ritratto in questione, espressione di raffinatezza ed eleganza, potrebbe però non essere l’opera commissionata dal Duca, ma solo il modello dipinto dal vivo da Velasquez, per elaborare successivamente un ritratto equestre di Francesco I. Questo, di dimensioni assai maggiori, non fu mai portato a termine, probabilmente anche in seguito alle mutate condizioni politiche tra i due Stati che portarono il Ducato Estense a sciogliere l’alleanza con la Spagna. L’immagine del Duca, nell’opera delle Gallerie Estensi, è caratterizzata dalla rapidità della pennellata e da quella forte valenza psicologica che Velasquez è in grado di trasmettere nei suoi ritratti, entrando in contatto con l’interiorità dei suoi soggetti. Francesco è rappresentato nei panni del condottiero: veste una cupa armatura, rischiarata solo da pochi lampi di luce, mentre sul petto mostra la collana del Toson d’Oro, coperta in parte da una fascia rossa, possibile simbolo della recente nomina a “Grande Ammiraglio dell’Atlantico”. Il giovane Duca è raffigurato di tre quarti, dal volto emergono i tratti peculiari della sua fisionomia come il lungo naso, il leggero baffetto all’insù e i folti capelli scuri e ricci che scendono fino alla goletta, alla moda spagnola. Nella tela, dominata dai toni cupi, solo i tratti chiari del volto e quelli accessi della fascia rossa emergono con vigore dal dipinto. Le dinamiche pennellate di Velasquez lasciano un senso di “non finito” al profilo del Duca, cogliendone la personalità in un’immagine diventata simbolo. Dopo il suo soggiorno presso la corte di Filippo IV, Francesco si mostrerà consapevole dell’importanza e del ruolo dell’arte nel perseguire fini politici e propagandistici, e per questo dal suo rientro si moltiplicheranno sia le commissioni d’arte che il numero di artisti presso la corte.

La prima guerra di Castro

Se Francesco sognava di tornare in possesso di Ferrara e Comacchio, papa Urbano VIII, al secolo Maffeo Barberini, vedeva nei Ducati padani un intralcio alla continuità del proprio Stato. Le mire espansionistiche del pontefice iniziarono con la volontà di annettere allo Stato Pontificio il piccolo dominio semi indipendente di Castro, appartenente ai Farnese. Nel settembre del 1641 la situazione precipitò e Francesco si schierò dalla parte dei Farnese, insieme a Venezia e a Firenze. La speranza del Duca era quella di ottenere visibilità e prestigio sul piano internazionale per poi perorare la rivendicazione sui territori ceduti a seguito della Devoluzione ma, alla conclusione della guerra, non ottenne da parte degli Stati alleati un sostegno concreto alla propria causa. Il primo trattato di pace, con Castro che restava ai Farnese, venne stipulato grazie al lavoro diplomatico della Francia, che in questo modo si insinuò con abilità nella scena politica italiana. La seconda guerra di Castro (1646-1649) vedrà invece la capitolazione della città nelle mani della Chiesa.

Tra Francia e Spagna: una rischiosa politica di equilibrio

L’avvicinamento diplomatico del Ducato estense alla Francia sarà lungo e laborioso, caratterizzato da numerose esitazioni e ambigue mosse. Fu la Francia a compiere per prima un’astuta mossa, nel luglio 1645 quando, attraverso il potente cardinale Mazzarino, concesse la dignità di protettore della Corona di Francia al cardinale Rinaldo, fratello del Duca. Con questo riconoscimento, sottratto alla famiglia Barberini, iniziava l’altalenante legame che unirà gli Este al Regno di Francia, i cui rapporti furono gestiti appunto dal Cardinale Rinaldo.

Nell’agosto del 1647 Francesco I iniziò dunque il rischioso e alternante cambio di alleanze. Mentre gli spagnoli erano impegnati nella rivolta di Napoli, il Duca sfruttò l’occasione per stringere un accordo franco-modenese contro Milano. Le operazioni militari non furono però un successo, risentirono dell’indecisione dei comandanti e delle condizioni meteorologiche autunnali, mentre l’impreparazione militare del Duca pregiudicò la conquista di Cremona. 

Due anni più tardi, il 27 febbraio 1649, Francesco rinnovò l’alleanza con la Spagna, impegnandosi a non legarsi più alla Francia e rinunciando al titolo di Protettore della Corona per il Cardinale Rinaldo. Ma il voltafaccia compiuto dal Duca nel 1647, non venne dimenticato e nonostante la formale stipula della convenzione i rapporti con la Spagna mutarono, costringendo le relazioni tra i due Sovrani alla diffidenza e alla sfiducia reciproche, abilmente celate sotto le regole della diplomazia.

Gian Lorenzo Bernini, “Busto di Francesco I d’Este”, ante 1651, marmo, 98 x 106 x 50 cm, Gallerie Estensi, Modena. CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=62394357

Nel 1655 il matrimonio tra Alfonso, figlio primogenito del Duca, e Laura Martinozzi, nipote del Cardinale Mazzarino, segnò il definitivo riavvicinamento del Ducato alla Francia e quindi la netta rottura del rapporto con il Regno di Spagna. L’equilibrio era infranto e prontamente la Spagna inviò il governatore di Milano, don Luigi di Benavides marchese di Caracena, ad occupare Brescello per poi proseguire nel modenese e puntare su Reggio. Le richieste spagnole furono la consegna di alcune piazze fortificate estensi e l’invio a Madrid dei figli del Duca come ostaggi. Francesco non accettò simili condizioni e la città di Reggio fu costretta a resistere con coraggio all’assedio, fino a quando le truppe spagnole arretrarono nel cremonese. La situazione di incertezza e la richiesta di rinforzi rimasta inascoltata, indussero Francesco ad accettare, astutamente, la nomina del principe Tommaso di Savoia al comando delle truppe franco-estensi. Quest’ultimo guidò l’esercito all’assedio di Pavia, scelta che si rivelerà errata costringendo l’esercito ad un frettoloso ritiro, mentre il Duca rimase ferito a una spalla. La drammatica esperienza militare di Pavia si aggiunse ad altri episodi poco brillanti della carriera militare di Francesco, convincendo la Francia a ridurre gli aiuti militari in favore del Ducato. 

Nel gennaio dell’anno seguente, Francesco, accompagnato da un numeroso seguito di nobili, si recò in visita ufficiale a Fontainebleau dove fu ricevuto prima dal Cardinale Mazzarino e poi dal Re, insieme al quale raggiunse poi Parigi. La magnificenza della corte francese e gli onori riservatogli entusiasmarono il Duca, e l’apice fu raggiunto con la nomina di “Generalissimo delle truppe francesi in Italia”, ruolo rimasto vacante dopo la morte di Tommaso di Savoia. 

Tornato in Italia ottenne un prestigioso successo militare nella presa di Valenza, il 7 settembre 1656. Proseguì assediando la vicina città di Alessandria insieme al figlio Alfonso, accorso a combattere al suo fianco, ma nell’agosto del 1657, la situazione di impasse in cui si trovava la battaglia, sommata alla mancanza di viveri, costrinsero il Duca a ripiegare. 

La buona reputazione ottenuta grazie agli ultimi successi militari indusse Francesco a ipotizzare l’ennesimo riavvicinamento alla Spagna: lasciando trapelare di proposito indiscrezioni su tale intenzione, mise in atto un gioco sottile e rischioso nel tentativo di aumentare i finanziamenti e le concessioni ottenute della Francia, che però non portò i risultati sperati. 

Rientrato a Modena nel dicembre del 1657, già nei primi mesi dell’anno seguente è nuovamente in battaglia per prendere i quartieri d’inverno nel mantovano, inducendo il Duca Carlo II di Gonzaga-Nevers a trattare la sua neutralità. Oltrepassato il Ticino nell’estate successiva, espugnò, insieme al figlio Almerico, le città di Trino e Mortara, ma il fisico debilitato e la malaria contratta durante le operazioni militari non lasciarono speranze a Francesco che, nonostante le cure dei medici, morì a Santhià, presso Vercelli, il 14 ottobre 1658. Il corpo rivestito del saio francescano giunse a Modena il 4 novembre e trovò sepoltura nella Chiesa dei Padri Cappuccini. Oggi la salma riposa nella cappella di San Vincenzo all’interno della Chiesa di Sant’Agostino, conosciuta come Pantheon degli Estensi.

I matrimoni

Il matrimonio con Maria Farnese durò 16 anni, in questo periodo la coppia ebbe otto figli tra cui il delfino Alfonso IV (1634-1662) ed Eleonora (1643-1722) religiosa dell’Ordine delle Carmelitane Scalze, riconosciuta oggi come venerabile dalla Chiesa Cattolica con il nome di Venerabile Maria Francesca dello Spirito Santo. Dopo la morte della duchessa Maria, che si spense il 25 luglio 1646 nel Palazzo Ducale di Sassuolo, Francesco non si spinse molto lontano per scegliere la nuova consorte, sposando nel febbraio del 1648 la cognata, Vittoria Farnese. La nobildonna morì di parto nell’agosto del 1649 e subito iniziarono nuove trattative per le terze nozze di Francesco, questa volta era necessario valutare i vantaggi offerti dai possibili legami con Francia, Spagna e Stato Pontificio. La scelta ricadde su Lucrezia Barberini, figlia del prefetto di Roma, pronipote di Urbano VIII e nipote del Cardinale Antonio. Le nozze furono celebrate a Loreto nel 1654, mentre i festeggiamenti proseguirono a Modena con un magnifico torneo in Piazza Grande. Da quest’ultimo matrimonio nascerà Rinaldo d’Este (1655-1710) che sarà chiamato dalla storia a salvare ancora una volta le sorti del Ducato quando, in assenza di eredi, dovrà svestire la porpora cardinalizia e proseguire la linea dinastica.

Il legame istituito con i Barberini, una delle famiglie più potenti di Roma, fu guardato con ostilità sia dalla Spagna che dalla Francia. Questo però non ostacolò il Duca che riprese le difficili trattative con il Cardinale Mazzarino per chiedere in sposa una delle sue nipoti per il figlio primogenito e futuro erede del Ducato. Giunti ad un accordo fu stipulato il contratto nuziale tra Alfonso e Laura Martinozzi, mentre le nozze furono celebrate il 30 maggio 1655. Il legame con la Francia fu così consolidato, costringendo la Spagna a rivalutare l’alleanza estense e la propria posizione.

Modena, costruzione di una capitale

Francesco I d’Este era noto per la sua personalità autoritaria, per compiere azioni politicamente spregiudicate e per la sconfinata presunzione che talvolta lo spinse oltre le proprie capacità. La volontà di tornare in possesso della città di Ferrara restò solo un sogno ambizioso e irrealizzabile ma, non potendo riavere la “prima città d’Europa”, decise di elevare Modena a vera capitale del Ducato, degna di ospitare il Duca e la sua corte. Nei trent’anni del suo governo Francesco ha trasformato Modena attraverso ristrutturazioni e nuove edificazioni, ha promosso la cultura e le varie forme d’arte tra cui gli spettacoli teatrali, commissionando e acquisendo opere d’arte per la costituzione della propria quadreria.

Palazzo Ducale di Modena, fotografia di mfran22. Licenza CC-BY NC

Dal 1632 Francesco si impegnò nella trasformazione del Palazzo Ducale di Modena, da struttura difensiva a moderna reggia, simbolo della rinascita degli Este. Il Duca si rivolge direttamente ad architetti romani e sarà un giovane architetto, Bartolomeo Avanzini (1608-1658), a stendere il progetto definitivo e a seguire i lavori, iniziati nel 1634. Il progetto, che si distingue per una persistente adesione a modelli cinquecenteschi, prevede un lungo prospetto a tre piani, esaltato al centro da un corpo a tre campate caratterizzato da una moltiplicazione di elementi decorativi e da una duplice altana, e si conclude alle estremità delimitato da due torrette con angoli bugnati. La presenza di torri e altane, o comunque di elementi che spiccano in altezza rispetto all’andamento orizzontale dei fronti, è un motivo ricorrente nei grandi progetti residenziali del barocco romano: si pensi ai progetti di Borromini per il palazzo Pamphilj di piazza Navona o i progetti di Rainaldi e Bernini per il Louvre. La loro funzione, oltre che formale e stilistica, è eminentemente celebrativa, con lo scopo di esaltare la presenza del princeps visto come fulcro della vita dello Stato. Avanzini trae anche il massimo effetto ornamentale possibile dalle finiture delle finestre, disposte appaiate come da tradizione ferrarese: qui infatti mescola con fantasia e vigore elementi classici non senza rifarsi, per libertà di interpretazione, al processo inventivo michelangiolesco. Dopo la morte di Avanzini, i lavori del palazzo procedono con una certa lentezza e furono seguiti anche dal suo allievo Antonio Loraghi. 

Contestualmente all’inizio dei lavori sul palazzo, Francesco commissionò il riordino e la sistemazione del vecchio giardino che si estende alle spalle della residenza ducale. Avanzini progettò uno spazio verde imperniato su una serie di viali: il principale costituisce una prosecuzione dell’attuale corso Canalgrande, mentre un altro viale taglia il primo in diagonale unendo il nuovo Palazzo ducale a una montagnola usata come belvedere. Al termine della prospettiva principale Francesco fece edificare da Gaspare Vigarani la Palazzina dei Giardini, ultimata nel 1634, destinata probabilmente al ristoro degli ospiti del duca o anche pensata come fondale scenografico per gli spettacoli musicali e teatrali che venivano allestiti in giardino.

Il Duca pensò anche alla sicurezza della città commissionando la costruzione di una cittadella fortificata, che rappresentava uno dei vanti della casa d’Este a Modena. I lavori iniziarono nel 1635, probabilmente su progetto dell’ingegnere Carlo di Castellamonte ma con apporti fondamentali di ingegneri e architetti modenesi, come Antonio e Francesco Vacchi e Gaspare Vigarani. Il luogo scelto per l’edificazione, nell’angolo nord-occidentale della città, permetteva un diretto rapporto con Palazzo ducale. Si trattava di una notevole costruzione a forma di stella, con cinque baluardi a picca e tre mezzelune verso la campagna. Dopo l’Unità d’Italia, la cittadella fu completamente smantellata, oggi resta solamente il massiccio portale il quale costituiva l’accesso principale alla piazza d’armi che si trovava al centro del pentagono.

Al termine dell’epidemia di peste del 1630, che a Modena provocò molte vittime, il Duca fece costruire due chiese come ringraziamento per la cessazione del contagio. La Chiesa del Voto fu edificata a Modena e dedicata alla Madonna della Ghiara di Reggio, città che non era stata coinvolta dal contagio. L’edificio sacro fu progettato da Cristoforo Malagoli detto il Galaverna e costituisce il fondale prospettico dell’antico mercato della legna (l’attuale corso Duomo). La chiesa fu iniziata nel 1634, e inaugurata il 13 novembre 1636, sesto anniversario della fine della peste. All’interno, il secondo altare costituisce la vera e propria cappella votiva eretta dalla Comunità di Modena e contiene la bella pala di Lodovico Lana raffigurante la “Vergine con i santi Geminiano, Omobono, Rocco e Sebastiano”. 

L’altra chiesa conosciuta come Santuario della Beata Vergine al Castello spicca con le sue torri e la cupola sopra il borgo di Fiorano. Trae le sue origini da un affresco raffigurante la Vergine con il Bambino, un’opera ritenuta miracolosa per essere scampata ad un incendio appiccato dai soldati spagnoli e per aver preservato il borgo dalla peste del 1630. Per queste ragioni, il Duca e la comunità ritennero necessario erigere nel luogo un monumentale santuario, incaricando dell’impresa il giovane progettista Bartolomeo Avanzini, già attivo nel palazzo modenese. I lavori procedettero con lentezza, tanto che una delle torri e parte della facciata furono realizzate solo nella prima metà del Novecento.

Santuario della Beata Vergine al Castello, Fiorano, Modena.
Presbiterio
Interno cupola

La costruzione che rappresenta al meglio la rinascita del potere degli Este dopo la Devoluzione di Ferrara, celebrando nel contempo lo stesso Francesco I, è senza dubbio il Palazzo Ducale di Sassuolo: residenza di raro fascino dove fu sperimentata la pittura barocca più scenografica grazie all’opera di artisti quali Bartolomeo Avanzini, Jean Boulanger, Angelo Michele Colonna, Agostino Mitelli, Gian Giacomo Monti. I lavori iniziarono nel 1638 e, dopo la morte di Francesco I, il cantiere fu condotto a termine dalla duchessa Laura Martinozzi. Le pitture che decorano il piano nobile sono caratterizzate da un accentuato spirito illusionistico, lo stesso che anima tutto il palazzo: prospettive ardite e ingannevoli quadrerie, dove la riproduzione di materiali pregiati e l’imitazione della natura contribuiscono alla dilatazione degli spazi.

Affreschi di Palazzo Ducale

La piazza antistante il Palazzo Ducale di Modena era il luogo destinato agli spettacoli della corte dove, con ingombranti e fantasiosi apparati effimeri, si creavano ambienti e scenografie. Nel 1654 Francesco iniziò la costruzione del Teatro ducale collocandolo all’interno del complesso di palazzi comunali che affacciavano su Piazza Grande. La progettazione fu affidata all’architetto Gaspari Vigarani, il quale, per ricavare lo spazio necessario da destinare al teatro, ampliò i volumi delle Sala della Ragione. L’inaugurazione avvenne nella primavera del 1656 e fino alla morte del Duca si susseguirono molte rappresentazioni. 

Francesco I d’Este ordina decorazioni per le feste, disegno tratto dal libro a stampa “L’idea del Prencipe et Eroe Christiano”, 1659, Biblioteca Estense, Modena.
https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=61146231

Le collezioni d’arte di Francesco I

Francesco si dedicò alla creazione della nuova immagine di Modena come capitale del Ducato, non solo dal punto di vista urbanistico e architettonico attraverso le nuove edificazioni, ma incrementando notevolmente le collezioni d’arte, al punto di far rientrare Modena tra le città da visitare in occasione del Grand Tour in Italia. Queste opere troveranno collocazione all’interno del Palazzo ducale di Modena nella rinomata Estense Ducal Galleria, disposta in una serie di stanze in successione e preceduta dalle quattro Camere da Parata, che costituivano l’introduzione della collezione. La conclusione dell’allestimento e il completamento di alcune stanze avvennero nei quattro anni successivi alla sua morte, a cura del figlio Alfonso IV.

Il Duca, innanzitutto, fece prelevare dalle proprietà ferraresi tutte le opere rimaste, poi acquistò dipinti di artisti di ambito bolognese quali Guercino, Guido Reni e Francesco Albani, successivamente scelse le pitture dei maestri veneti come Tintoretto, Veronese e Jacopo Palma il giovane, ed infine Salvator Rosa e Hans Holbein.

Tre enormi tele di Veronese “Le nozze di Cana”, “Andata al Calvario” e “Maria con Gesù Bambino, Giovanni Battista, san Girolamo, un angelo e la famiglia Cuccina” furono acquistate appunto dalla famiglia Cuccina in virtù della concessione di un feudo sito a Pontone, nel reggiano, e del titolo nobiliare di Conte. Oggi questi dipinti sono conservati alla Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda in seguito alla famosa vendita di Dresda del 1746.

Paolo Caliari detto il Veronese, “La Madonna della Famiglia Cuccina”, 1571, olio su tela, Gemäldegalerie Dresda. Public domain, via Wikimedia Commons.

Nulla fermava il Duca davanti a un dipinto di suo gradimento. Il suo carattere risoluto e determinato lo portò a confiscare dalle chiese del territorio bellissime tele per poi sostituirle con delle copie dipinte dal pittore di corte Boulanger. In questo modo entrarono nelle collezioni ducali quadri come la “Deposizione di Cristo” di Cima da Conegliano, “Maria col Bambino e i santi Antonio di Padova, Francesco d’Assisi, Caterina e Giovanni Battista”, “Maria col Bambino e i santi Sebastiano, Geminiano e Rocco” e “Adorazione dei pastori” o la “Notte” di Correggio capolavori, anche questi, che si aggiunsero alle collezioni di Augusto III Elettore di Sassonia e Re di Polonia, in seguito alla vendita di Dresda.

Antonio Allegri detto il Correggio, “Madonna di San Francesco”, 1514-15, olio su tavola, cm 299 x 245, Gemäldegalerie Dresda. Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6491714
Antonio Allegri detto il Correggio, “Madonna di San Sebastiano”, 1524 circa, olio su tavola, cm 265 x 161, Gemäldegalerie Dresda. Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15704097

Il dipinto “Adorazione dei pastori” di Correggio è riconosciuto come uno dei notturni più belli della pittura italiana e già al tempo di Francesco I era collocato in una posizione privilegiata della galleria, posto nell’ultima sala e presentato agli ospiti sollevando con solennità il tendaggio che lo ricopriva. Anche a Dresda dove oggi è conservata fu, per molti decenni, l’opera più rinomata, superata solo dalla “Madonna Sistina” di Raffaello, quando nel 1754 entrò a far parte della raccolta di Augusto III di Polonia. 

La forza di questo dipinto è nel coinvolgimento che suscita nello spettatore. Una scena convenzionale e ordinaria come quella dell’adorazione trova nel pennello del Correggio una nuova espressione, una potenza narrativa che si concentra in Gesù che diventa egli stesso luce, chiamato a rischiarare le tenebre. L’illuminazione dell’intera scena proviene infatti dal corpo del Bambino, simbolo di luce divina, stretto tra le braccia di Maria che gli rivolge un tenero sguardo. La Madre non viene infastidita dalla luce emanata del figlio, al contrario la donna accanto, sulla sinistra, è costretta a proteggersi gli occhi, Vasari descrive così questa scena “…e fra molte considerazioni avute in questo suggetto, vi è una femina che volendo fisamente guardare verso Cristo, e per non potere gli occhi mortali sofferire la luce della Sua divinità, che con i raggi par che percuota quella figura, si mette la mano dinanzi agl’occhi, tanto bene espressa che è una maraviglia. Èvvi un coro di Angeli sopra la capanna che cantano”.

Accanto alla mangiatoia, oltre alla donna con il cesto di uccelli, un vecchio e un giovane pastore accompagnati da un grosso cane, sono giunti a rendere omaggio al Salvatore, come i cinque angeli festanti che si affacciano dalla densa nube che li sovrasta. Dietro alla Vergine, appena illuminato, è raffigurato San Giuseppe con l’asino e due angeli che danno da mangiare al bue. Sullo sfondo si stagliano dolci colline mentre all’orizzonte sorge il sole. La rappresentazione si svolge, come da tradizione, all’interno di un ricovero di animali, un luogo umile e semplice come la stessa mangiatoia su cui viene adagiato il Cristo. Il pittore inserisce nella scena una possente colonna, elemento simbolico di forza e solidità, su cui la luce divina risplende facendo emergere il fusto dall’oscurità della notte. In primo piano è dipinto un folto ciuffo di erbe spontanee, le cui foglie luccicano grazie a tratti dai bagliori dorati.

Antonio Allegri detto il Correggio, “Adorazione dei Pastori (o La Notte)”, 1522-30 circa, olio su tavola, cm 256 × 188, Gemäldegalerie Dresda. Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15452526

BIBLIOGRAFIA:

“Il ducato estense: Modena e Reggio Emilia” Bruno Adorni, pag. 354-369

“Francesco I d’Este, il più splendido dei Duchi di Modena” testo della conferenza di Graziella Martinelli Braglia tenuta nel marzo presso la Circoscrizione 1 Centro Storico – San Cataldo, Comune di Modena, nel ciclo di conferenze “Duchi e Modenesi illustri. Una rilettura critica”, testi pubblicati in Modena, 2005

“Parigi e Modena nel Grand Siècle. Gli artisti francesi alla corte di Francesco I e Alfonso IV d’Este” Simone Sirocchi, Trieste, EUT, 2018

“Le camere da parata di Francesco I d’Este nel Palazzo Ducale di Modena restituzione dell’allestimento originale” a cura di Giovanna Paolozzi Strozzi con la collaborazione di Patrizia Curti, Artecelata 2013

“Gli Estensi. Mille anni di storia” Luciano Chiappini, Ferrara, Corbo Editori, 2001

“Gli Estensi. La corte di Modena” a cura di Mauro Bini, Il Bulino edizioni d’arte